L’intelligenza artificiale viaggia veloce con il pilota automatico

Guida autonoma, profilazione, social scoring, bias, chatbot e riconoscimento biometrico sono alcuni dei termini entrati nella nostra quotidianità. Essi si riferiscono alle tecnologie di intelligenza artificiale (“IA”), vale a dire le abilità di una macchina di mostrare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività[1]. Oggi più che mai l’IA ha un forte impatto sulle persone e la loro sicurezza. Si pensi solamente al caso che ha coinvolto in Australia il conducente della vettura Tesla “Model 3” che ha investito un’infermiera di 26 anni[2] con il pilota automatico attivo.

In relazione al tragico episodio poc’anzi descritto viene spontaneo domandarsi chi debba rispondere delle gravi condizioni della povera infermiera. Il conducente, nonostante non fosse tecnicamente al volante al momento dell’incidente? Il produttore dell’autovettura che concretamente ha investito l’infermiera? O ancora il produttore / sviluppatore del software che fornisce le istruzioni all’autovettura su come comportarsi quando sul proprio tragitto compare un essere umano?

Per il momento il conducente dell’autovettura – pur essendo stato rilasciato dalle autorità mediante versamento di una cauzione – è stato accusato di aver causato il sinistro stradale. Ciò non toglie che – qualora tale accusa verrà confermata all’esito del processo che è ancora pendente – il conducente avrà poi il diritto di rivalersi per gli eventuali danni sul produttore / sviluppatore di IA.

Il caso poc’anzi descritto merita certamente un approfondimento, specialmente per quanto concerne il panorama europeo in tema di intelligenza artificiale.

È bene da subito evidenziare che, malgrado il progressivo aumento dell’IA nei più disparati ambiti della nostra vita quotidiana[3], ad oggi manca una legge, direttiva o regolamento relativa alla responsabilità civile derivante dall’utilizzo dell’IA.

A livello UE, la Commissione Europea sembra aver per prima affrontato seriamente il tema della responsabilità civile derivante da sistemi di intelligenza artificiale ed averne evidenziato la lacunosità della relativa disciplina, pubblicando, tra le altre cose, una proposta di Regolamento che stabilisce regole armonizzate sull’IA[4].

Da tale proposta di Regolamento si ricavano, anche per analogia, tre diverse definizioni di responsabilità civile: responsabilità da prodotto difettoso, responsabilità del produttore e responsabilità vicaria.

Nel caso in esame rileva la responsabilità da prodotto difettoso, che muove dall’assunto secondo cui la macchina è priva di personalità giuridica[5].

Dunque, com’è ovvio, qualora un sistema di IA cagioni un danno a terzi, la responsabilità dello stesso dovrà essere imputata al produttore della stessa e non invece al dispositivo / sistema che la utilizza.

Tornando al caso in esame, spetterebbe dunque allo sviluppatore del sistema di IA (i.e. l’azienda americana Tesla) risarcire l’infermiera ferita, qualora quest’ultima sia in grado di provare il nesso fra danno / lesioni causate e il difetto del sistema di IA. Dal canto suo, lo sviluppatore del sistema di IA potrebbe escludere il danno solo qualora sia in grado di provare il c.d. “rischio da sviluppo”, vale a dire fornire la prova che il difetto riscontrato era totalmente imprevedibile sulla base delle circostanze e modalità in cui è avvenuto l’incidente.

Taluni hanno osservato sul punto che il produttore sarebbe in realtà in grado di controllare il sistema di IA a distanza e prevedere, grazie agli algoritmi, condotte non programmate al momento della sua commercializzazione[6]. Peraltro, come sappiamo, gli algoritmi presenti nei sistemi di IA installati nelle autovetture sono in grado di raccogliere nel tempo informazioni e quindi auto apprendere e studiare particolari condotte e/o movimenti degli esseri umani, riducendo sempre più il rischio di incidenti.

Sotto questo profilo, il produttore avrebbe quindi un onere ancora più stringente per escludere ogni ipotesi di responsabilità e cioè quello di dimostrare di aver adottato tutte le misure di sicurezza idonee ad evitare il danno.

A tal proposito, il Parlamento europeo ha peraltro elaborato la “Risoluzione recante raccomandazioni alla Commissione su un regime di responsabilità civile per l'intelligenza artificiale” che introduce la categoria delle cd. “IA ad alto rischio”, ossia quei sistemi di intelligenza artificiale operanti in contesti sociali particolari quali, ad esempio, l’educazione, ovvero quelle tecnologie che raccolgono dati particolari (come avviene nel caso del riconoscimento biometrico), la selezione del personale (che rischierebbe di ricadere nel social scoring o in altri atti discriminatori) o, ancora, le tecnologie usate nell’ambito della sicurezza e della giustizia (attraverso le quali potrebbe verificarsi il rischio di bias: pregiudizi della macchina sul soggetto giudicato). È stato osservato che per tali sistemi di “IA ad alto rischio” sussiste in caso di evento dannoso una responsabilità oggettiva del produttore, salvo che quest’ultimo sia in grado di dimostrare la sussistenza di un caso di forza maggiore.

In conclusione, malgrado i primi sforzi profusi da parte prima della Commissione e poi dal Parlamento Europeo in merito alla disciplina dei sistemi di IA, restano numerosi interrogativi ancora da risolvere in merito ai profili di responsabilità ad essi connessi.

Ad esempio, bisognerebbe meglio comprendere come vadano inquadrati e disciplinati i sistemi di IA non ritenuti ad “alto rischio”, quali appunto quelli di guida autonoma di cui si è discusso nel presente articolo. O ancora, quale soglia di responsabilità applicare se in un futuro non lontano un dispositivo di IA potrà essere equiparato, quanto a capacità di ragionamento, ad un essere umano (come di recente rivendicato da un dipendente di Google in riferimento al suo sistema di IA[7]).

Certo è che, come spesso capita per qualsiasi innovazione tecnologica, solo una significativa integrazione e adozione nella nostra società dei sistemi di intelligenza artificiale riuscirà a delineare ipotesi concrete di responsabilità e applicabili in contesti di ordinaria operatività.

Si auspica in ogni caso che il citato Regolamento – la cui data di entrata in vigore non è ancora nota – riuscirà a fornire una disciplina che sia più completa possibile e che riduca soprattutto i rischi e le responsabilità degli utilizzatori dei sistemi di IA ed aumenti, dall’altra parte, gli oneri a carico dei costruttori degli stessi per garantirne la sicurezza.

[1] https://www.europarl.europa.eu/news/it/headlines/society/20200827STO85804/che-cos-e-l-intelligenza-artificiale-e-come-viene-usata
[2] https://www.drive.com.au/news/melbourne-hit-and-run-blamed-on-tesla-autopilot-could-set-legal-precedent-for-new-tech/
[3] Considerando (2), Proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce regole armonizzate sull'intelligenza artificiale (legge sull'intelligenza artificiale) e modifica alcuni atti legislativi dell'unione, 2021/0106, del 21 aprile, 2021
[4] Proposta di Regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che stabilisce regole armonizzate sull'intelligenza artificiale (legge sull'intelligenza artificiale) e modifica alcuni atti legislativi dell'unione, 2021/0106, del 21 aprile, 2021
[5] Barbara Barbarino, Intelligenza artificiale e responsabilità civile. Tocca all’Ue, Formiche.net, 15/05/2022
[6] Ut supra nota 5
[7] https://www.theguardian.com/technology/2022/jun/12/google-engineer-ai-bot-sentient-blake-lemoine


Accordo UE - Regno Unito (cd. “Brexit”): la nascita del “marchio equiparabile”

Come noto, in data 24 dicembre 2020 l’Unione Europea e il Regno Unito hanno raggiunto un accordo per la disciplina delle loro future relazioni commerciali a seguito della “Brexit”.

Tale accordo sancisce la definitiva separazione dell’ordinamento giuridico britannico da quello europeo, con la conseguenza che a decorrere dalla sua entrata in vigore (i.e. 1 gennaio 2021, cioè la fine del periodo di transizione) non si applicheranno più al Regno Unito le norme di diritto europeo, comprese quelle relative ai diritti di proprietà intellettuale e industriale.

Al fine di garantire una transizione ordinata verso il nuovo regime giuridico, la Commissione Europea ha quindi pubblicato una serie di “Notices of Withdrawal” (relativi ai principali settori dell’economia europea) nei quali vengono illustrate le principali conseguenze pratiche per i titolari dei diritti di proprietà intellettuale e industriale.

In particolare, la Notice relativa ai marchi precisa, tra le altre cose, che il titolare di un marchio UE registrato prima del 1 gennaio 2021 diventerà automaticamente titolare di un “marchio equiparabile” nel Regno Unito, registrato e opponibile nel Regno Unito secondo il diritto di tale Stato.

Tale nozione di “marchio equiparabile” risulta nuova nel panorama dei diritti IP, in quanto specificamente introdotta per tutelare coloro che prima dell’intervenuto recesso del Regno Unito dall’Unione Europea avevano ottenuto la tutela del proprio marchio UE i cui effetti, in quel momento, si estendevano anche al territorio britannico.

Consapevole della novità di tale istituto giuridico, la Commissione Europea nella medesima Notice ha chiarito in particolare che tale marchio “equiparabile”:

      1. consiste nello stesso segno oggetto della registrazione UE;
      2. reca la stessa data di deposito o la stessa data di priorità del marchio UE e, se del caso, si avvale della preesistenza di un marchio del Regno Unito rivendicata dal titolare;
      3. consente al titolare del marchio UE divenuto notorio prima del 1 gennaio 2021 di esercitare nel Regno Unito diritti equivalenti;
      4. non può essere dichiarato decaduto in ragione del fatto che il marchio UE corrispondente non è stato oggetto di un uso effettivo nel territorio del Regno Unito prima della fine del periodo di transizione;
      5. viene dichiarato nullo o decaduto o annullato se il corrispondente marchio UE è stato oggetto di decisioni in tal senso in esito ad un procedimento amministrativo o giudiziario nell’Unione Europea che risultava ancora pendente prima del 1 gennaio 2021 (in data successiva alla “clonazione”).

Il Governo britannico ha confermato che sarà l’ufficio competente del Regno Unito a provvedere gratuitamente alla clonazione (“cloning”) del marchio UE nel Regno Unito, ove diverrà “marchio equiparabile”. Non è peraltro richiesto ai titolari dei marchi UE di presentare alcuna domanda, né di attivare alcuna procedura amministrativa nel Regno Unito, né di avere un recapito postale nel Regno Unito per i tre anni successivi alla fine del periodo di transizione.

Nonostante la puntuale descrizione delle caratteristiche principali del nuovo “marchio equiparabile”, sussistono – com’è inevitabile che sia – alcune incertezze relative all’applicazione concreta di tale istituto.

In particolare, desta perplessità la persistente dipendenza del “marchio equiparabile” rispetto alle vicende amministrative o giudiziarie europee (punto e) di cui sopra) che, in modo decisamente contraddittorio, parrebbe negare la più volte asserita autonomia del Regno Unito rispetto alle leggi e regole europee.

Evidentemente consapevoli dell’esistenza di tale contraddizione, la Notice precisa (in una mera nota a piè di pagina) che le parti hanno riconosciuto al Regno Unito il potere di non “dichiarare nullo o decaduto il corrispondente diritto nel suo territorio qualora i motivi di nullità o decadenza del marchio dell’Unione Europea … non si applichino nel Regno Unito”. Tramite questa nota sembra dunque che venga conferito al Regno Unito il potere di non conformarsi alle decisioni UE.

Non è tuttavia chiaro chi debba prevalere in questa “contesa”: l’esito invalidante del procedimento europeo oppure il potere britannico di negare gli effetti della decisione europea?

Inoltre, qualora il procedimento europeo - ancorché avviato prima della fine del periodo di transizione - dovesse durare diversi anni, come dovrebbe comportarsi il titolare del marchio “clonato” nel Regno Unito? Ed ancora, come si concilia l’esistenza del “marchio equiparabile” – contemporaneamente soggetto alla giurisdizione europea e a quella britannica – con il noto principio di territorialità applicabile al mondo dei marchi?

La situazione appare quindi incerta e chi scrive non esclude che ulteriori questioni relative al nuovo “marchio equiparabile” possano in futuro formare oggetto di accesa discussione da parte degli operatori del settore IP.

Il tema è dirimente perché riguarda non solo i diritti acquisiti (che il Governo britannico si è impegnato a tutelare), ma anche i futuri rapporti politici fra l’UE e il Regno Unito, ed è interessante a tal riguardo notare come anche una questione apparentemente innocua, relativa al diritto dei marchi, sveli la fragilità di un accordo formalmente commerciale ma nella sostanza prevalentemente politico.

Alla luce di tutto quanto sopra, sembra che l’UE e il Regno Unito abbiano scelto di percorrere la via più semplice per garantire ai titolari di marchi UE una transizione ordinata verso il nuovo regime giuridico imposto dalla Brexit; dall’altra parte, tale via pone diversi interrogativi di natura giuridica, alcuni dei quali anticipati sopra, che rendono ancora incerta l’applicazione concreta del nuovo marchio “ibrido britannico”.

Da ultimo, non si può neppure ignorare come tale nuovo istituto giuridico possa rappresentare un interessante precedente qualora altri Stati Membri decidano in futuro di abbandonare l’Unione Europea. In tal senso, ci troviamo di fronte ad un istituto senz’altro interessante sotto il profilo giuridico, ma potenzialmente “pericoloso” dal punto di vista politico e quindi da tenere monitorato attentamente negli anni a venire.